«Ciò che la Fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta». La potenza dell’immagine fotografica è racchiusa in questo gioco di presenza e assenza: sappiamo che ciascun evento è irripetibile, eppure ci illudiamo di poterlo fissare in eterno nella cornice della rappresentazione. Da queste riflessioni prende le mosse il saggio di Roland Barthes La camera chiara, una nota sulla fotografia che il celebre semiologo scrive pochi mesi prima di morire e che risulta un testo denso, in grado di parlare sia a profani, sia a un pubblico di esperti dell’arte di Nadar. Ciò è dovuto alla scelta dell’autore di staccarsi dal «linguaggio critico» per privilegiare la prospettiva autobiografica. Nella prima parte, Barthes si inventa una fenomenologia «vaga, disinvolta, addirittura cinica» che gli permette di muoversi a metà tra scienza e soggettività. Egli indaga la fotografia non come tema, bensì come «ferita», che si inscrive nella sfera dell’interiorità e dei sentimenti. Qu...
scrivo quello che voglio come lo voglio